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Critica

La prima critica per la pittrice, fu scritta dalla compagna di Liceo Gabriella Mancini, in occasione della mostra fatta a Milano alla Galleria Eustachi nel 1984.
“Paola Petrini, è riuscita a fare della pittura una libera professione, ed io, avendo vissuto da vicino la sua formazione, sono lieta di presentarne una breve critica.
Ma prima di tutto, vediamo chi è Paola Petrini. Nata a Cesenatico e diplomata al Liceo Artistico di Ravenna, ha sempre dimostrato fin dai primi tempi il suo entusiasmo per la pittura.
Si è formata nella <<scuola cesenate>> seguendo da buona individualista i consigli di vari maestri aggiungendo la preparazione tecnica all’espressione e l’interesse per la vita nei suoi molteplici aspetti. I temi trattati fin dai primi dipinti sono nature morte, volti, assolate e quiete marine tra cui il bellissimo porto canale di Cesenatico dalle prospettive non facilmente individuabili.
Chi si trova di fronte ai dipinti della Petrini, ha subito l’impressione di trovarsi davanti ad un animo giovane, travagliato dai problemi esistenziali che sono l’essenza di ogni animo sensibile. Basta guardare alla vastità dei temi trattati. Dagli studi delle prime marine è giunta a rappresentare, a dare un’idea dell’essere che sta aggrappato all’esistenza, alla vita.
Basta guardare a come vede le nature morte, avvolte in luci fredde e taglienti, una freddezza che diventa poesia, modo di esprimersi. Ai volti dei vecchi, che sono la sintesi finale dell’esistenza, ha dato un’espressione beffarda, ma nello stesso tempo un movimento goliardo e di sfida.
Sono altresì convinta che in futuro otterrà ancora più ampio consenso di pubblico e di critica – che già in questi molti anni di attività ha dimostrato di seguire con notevole interesse la sua opera – e le auguro di continuare la via che si è scelta, tralasciando però il successo facile che ha investito molti pittori, i quali non fanno più pittura come espressione di una data società e dell’operare dell’individuo, ma soltanto un pretesto per raggiungere fama e denaro.”

GABRIELLA MANCINI.

 

La mancanza di “artefatto” è il principale pregio della pittura di Paola Petrini.
Nel suo cammino pittorico il motivo illustrativo del quotidiano prende forma nel continuarsi del gioco di luci ed ombre; al centro di ciò spicca uno dei motivi conduttori del suo esprimersi e cioè: l’ambiente a lei più familiare, il giardino.
E’ nel giardino che l’intreccio pittorico prende forma. Il vortice dei colori passa dal freddo delle pietre di un muretto o di una figura scultorea, al fluente verde dei fili d’erba, così ricorrenti, ma mai ripetuti.
Emotività ed istinto ombreggiano la pittura di Paola Petrini come la luminosità diurna è seguita e rotta da ombre nei paesaggi di oggetti viventi e non.
Tutto sembra conosciuto nei minimi particolari, cosicché qualsiasi impressione davanti a uno dei quadri dell’artista non può essere che di familiarità; una familiarità che a volte è persino negata in un groviglio di colori che ne nascondono la forma, ma non ne inibiscono l’istintività. E così nel mondo della Petrini l’osservatore più distratto si ritrova capace di capire e apprezzare un universo che sovente è più vivo della realtà e che pennello e spatola fotografano nel susseguirsi della normalità dei giorni.
Proprio nella mancanza di quella atmosfera utopica, sovente di notevole aiuto all’espressività dell’artista, si legge la sicura estensione di una profonda capacità pittorica.
Vibrazioni caotiche e surreali sono totalmente assenti a sottolineazioni della completa progettazione visiva, il “gioco strutturale” è affidato unicamente all’occhio di colei che dipinge, senza trucco e senza eccessive ridondanze il colore si scioglie sulla tela senza mai rinunciare alla propria identità.
Il suggerimento è quello di una lettura tridimensionale del testo pittorico.
Sintonizzata sulla stessa lunghezza d’onda dei propri desideri, l’artista chiarisce la necessità di non turbare l’ordine naturale delle cose che non solo appartengono al proprio mondo, ma anche a quello dell’osservatore: la scelta dei colori il più possibile reali ne è la prova.
Sempre incerti nei movimenti, i soggetti e gli oggetti della Petrini sembrano nell’atto del fare e del non fare, approdando alla staticità solo per il momento breve di uno sguardo.
In sostanza è all’istintività delle proprie sensazioni e alla completa mancanza del troppo abusato ragionare umano che bisogna affidare il proprio excursus davanti e dentro queste tele.

ANTONELLA FANFANI.



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